Dieta e cancro: 1 tumore su 3 può essere prevenuto a tavola

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Gli esperti lo dicono da tempo: un tumore su tre può essere prevenuto a tavola (ovvero più di 120mila diagnosi ogni anno, in Italia). Con questa affermazione, oncologi e nutrizionisti vogliono puntare l’attenzione sul ruolo che il sovrappeso e l'obesità possono avere nel determinare il rischio oncologico. E, più in generale, sull’importanza di un corretto stile di vita (anche) nell’ambito della prevenzione oncologica. Secondo quanto ribadito nel corso dell’ultimo congresso dell’Associazione Europea per lo Studio dell’Obesità (Easo), nel dossier, nel 2035 si conteranno 24 milioni di diagnosi di cancro a livello mondiale. E, se le proporzioni rimarranno inalterate, almeno otto saranno dovute ai chili di troppo. Una catastrofe a cui ognuno di noi può porre rimedio: personalmente e nei confronti delle persone più care, facendo passare il messaggio che la longevità diventa un valore aggiunto se anche l’ultima parte della vita viene vissuta in salute.

Al momento, sono almeno 12 i tumori (cavo orale, mammella, esofago, colon-retto, pancreas, colecisti, fegato, rene, ovaio, cervice uterina, endometrio e prostata) che risentono dell'effetto dei chili di troppo. Tutte malattie che - in termini di incidenza - risultano da anni in crescita nei Paesi occidentali. Diversi studi hanno evidenziato che a rischiare maggiormente sono le donne: in un rapporto di 2 a 1 rispetto agli uomini. È così emerso che, negli uomini, i tumori del fegato e del colon-retto sono quelli a cui risultano più esposte le persone con un girovita troppo esteso, se non pure diabetiche. Nelle donne, invece, i rischi maggiori riguardano il seno e l'endometrio. Quali sono i meccanismi che legano un alimento al cancro? Rispondere a questa domanda non è facile. Gran parte delle informazioni in nostro possesso sugli effetti di un certo alimento sul rischio di sviluppare un tumore derivano da studi epidemiologici, nei quali si valuta una popolazione nell’arco del tempo andando a misurare l’assunzione di un determinato cibo nella dieta e lo sviluppo di particolari tumori.

È grazie a questa tipologia di ricerche che si è potuto nel tempo dimostrare che - per esempio - chi mangia carne rossa ha una più alta incidenza di tumori del colon-retto. Altre volte, invece, non è l’alimento in sé, quanto la sua cattiva conservazione, a poter rappresentare un problema. Per esempio, nei cereali mal conservati si sviluppano muffe che liberano aflatossine, sostanze molto cancerogene. Anche la tempistica è importante: numerosi studi hanno dimostrato che è fondamentale alimentarsi correttamente fin da piccoli. Allo stesso tempo, però, non è mai troppo tardi per cambiare.

L’epidemiologia non è in grado spiegare le cause di queste osservazioni. Per scoprirle, occorre indagare a livello molecolare la composizione stessa del cibo e vedere quali meccanismi molecolari sono attivati da essa. Il fatto che il tutto si svolga in laboratorio non è elemento da sottovalutare. Le analisi si svolgono infatti in un ambiente controllato, dove si studia l’utilizzo di un unico nutriente (quello in esame di cui vogliamo scoprire i meccanismi), e spesso in dosi elevate, difficili da raggiungere a tavola. Non solo: difficilmente è possibile ricreare in laboratorio la composizione di un alimento. Se tra i banconi si studia la vitamina C ad alte dosi, a casa mangiamo un’arancia, che al suo interno è ricca di vitamina A, ma pure di potassio, calcio e zuccheri. E spesso si scopre che è proprio l’alimento naturale quello che funziona, mentre il singolo nutriente non sembra avere effetti protettivi.

Secondo il «World Cancer Research Fund», il cibo può essere una grande arma di prevenzione, a patto che si comprenda fino in fondo cosa significa mangiare bene. Per questo l’organizzazione statunitense ha redatto un decalogo di consigli in chiave preventiva: mantenere il proprio peso sempre nei limiti della normalità; svolgere attività fisica; seguire una dieta ricca in cereali integrali, frutta, verdura e legumi; limitare il consumo di cibi pronti e trasformati, ricchi di grassi e zuccheri; limitare il consumo di carni rosse e processate; non esagerare con le bevande zuccherate; non bere alcolici; non usare integratori per prevenire i tumori; allattare al seno i propri figli; seguire le raccomandazioni nutrizionali anche dopo aver scoperto la malattia. Alcune ricerche hanno dimostrato infatti che, a seguito di una diagnosi di tumore, il paziente può trarre vantaggi da una dieta più sana. Un aspetto relativamente nuovo, che ci fa capire come il cibo non sia un salvavita, ma possa aiutarci comunque a rispondere meglio alle terapie.

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